Nuovo approccio per la ripartenza della cultura
Fonte: Il Sole 24 Ore
di Giovanna Barni
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«Questa crisi ha inferto ferite molto pesanti alla cultura italiana, ma può anche creare le premesse per una straordinaria rinascita». Conclude così, Pierluigi Sacco, il suo intervento nel dibattito in queste pagine sul ruolo della cultura nell’uscita dalla crisi economica e sociale causata dalla pandemia e lo fa passando in rassegna alcune congiunture eccezionali che riguardano l’Europa e l’Italia negli anni a venire. Il ruolo dell’Italia in Europa non può che essere fondato sulla cultura e la sua ripartenza, come ha sottolineato anche il Presidente del Consiglio Draghi nel suo discorso.La crisi ha solo fatto esplodere, e reso visibile ai più, contraddizioni e contrasti che chi è nel settore culturale viveva già da tempo.
Un primo importante segnale di cambiamento è arrivato proprio dal mondo dello spettacolo, con azioni di solidarietà e responsabilità sociale messe in atto dagli artisti più famosi uniti a difesa delle categorie più deboli. Un nuovo approccio inclusivo, ma purtroppo non seguito in altri ambiti, che potrebbe aiutare a curare e riconnettere molte delle contraddizioni appena citate: un piano condiviso con tutte le parti coinvolte di riaperture sostenibili e sicure dei luoghi, una strategia del digitale non tanto come fine, ma come mezzo per avvicinare nuovi pubblici alla cultura live e come risorsa per lo sviluppo in vari ambiti, un nuovo governo dei flussi turistici che permetta anche ai residenti di riappropriarsi dei loro beni culturali, partenariati pubblico-privati per obiettivi comuni di sviluppo del patrimonio culturale e dei territori. In questo modo la crisi che, indubbiamente, ha acceso un faro sul nostro settore, può mettere le basi per una rivoluzione e non far correre alla cultura il rischio di tornare ai “tempi di prima”.
Per questo, a mio avviso, servirebbe un approccio “femminile” che possa ricucire, ricomporre e mobilitare un’intera e articolata filiera (istituzioni, imprese, terzo settore, professionisti) per sanare le vere e gravi fratture del Paese, quelle educative, sociali e territoriali. Insieme a questo abbiamo bisogno di una politica di investimenti “lenti”, i cui risultati non si vedono dall’oggi al domani, centrati sulle principali potenzialità, culturali e naturali, di cui il Paese dispone.